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Storia della Sicilia

 

sicilia - trinacria

SICILIA, CROGIUOLO DI POPOLI E DI CIVILTA’

La cruciale posizione della Sicilia nel mezzo del Mediterraneo, tra l’Europa e l’Africa, ha fatto dell’Isola, fin dall’antichità, un punto di incontro tra diverse popolazioni: un insieme di razze e di fermenti e realizzazioni culturali.

Già nel Paleolitico, l’età della pietra grossolanamente scheggiata, in Sicilia erano presenti numerosi insediamenti umani. Segni di queste popolazioni antiche sono stati rinvenuti in caverne e grotte del Palermitano, del Messinese, del Ragusano e del Trapanese: qui, in particolare nella grotta di Cala del Genovese, a Lévanzo nelle attuali isole Egadi, si sono scoperte alcune finissime incisioni parietali, raffigurazioni su roccia di cervi e bisonti allora vaganti numerosi nella steppa che univa le isole Egadi all’isola maggiore: per bellezza comparabili alle rappresentazioni  rinvenute nelle caverne di Spagna (Pirenei) e di Francia.

Se la civiltà paleolitica può considerarsi autoctona o indigena, la civiltà neolitica o della pietra finemente lavorata  é già di immigrazione. Essa giunse nel Mediterraneo nel corso del terzo millennio avanti Cristo, portata da popolazioni del Vicino Oriente,  provenienti dalla  Mesopotamia, (regione che si estende tra i fiumi Tigri ed Eufrate) e che nel Mediterraneo toccò ben presto le sponde orientali della Sicilia, fino alla sua estremità occidentale.

Mentre questa civiltà  neolitica si attestava saldamente nella attuale Conca d’Oro palermitana, la parte ionica della Sicilia veniva investita dall’ancor più raffinata civiltà del bronzo, di cui rimangono resti cospicui nei villaggi di capanne e nelle necropoli di Castelluccio, Pantalica, Montefinocchito e Licodia. In questa età, poiché le ondate migratorie dei popoli venivano da oriente, la Sicilia appariva già divisa tra almeno due popolazioni differenti per grado e forma di civiltà: ad ovest,  la popolazione indigena dei Sicani, di stirpe e lingua mediterranea e ad oriente invece i Siculi, di lingua indoeuropea, provenienti dalla vicina penisola italiana.

Le più robuste migrazioni che investirono la Sicilia durante l’antichità si fissano tuttavia nel corso del secolo VIII a. C., cioè già in periodo storico: erano genti provenienti da diverse regioni della Grecia, peninsulare e insulare (dalla Eubea, dalle Cicladi, dall’Attica, dal Peloponneso e persino da Creta ). Essi fondarono un numero veramente cospicuo di città sulla costa  ionica e su quella africana della Sicilia: Naxos (presso Taormina), Siracusa, Zancle (l’attuale Messina), Megara Iblea (nei pressi  di Augusta) e Gela. Queste stesse colonie, giovani e piene di intraprendenza, ne costituirono a loro volta altre: e così Naxos fondò Lentini e Catania, Siracusa diede origine ad Acre, Casmena e Camarina; Messina a Imera e Milazzo, sul Tirreno; Megara Iblea a Selinunte e Gela ad Agrigento. Tutte queste colonie permearono di grecità le popolazioni indigene dell’interno, che pur vantavano cospicue città, come Segesta.

Quasi contemporaneamente, la Sicilia occidentale veniva interessata da altre ondate colonizzatrici: erano i Fenici di Cartagine, situata sulla vicina sponda africana di Tunisia, che in lotta commerciale con i Focesi e gli Etruschi (questi ultimi ancora dominatori del Tirreno) sentirono la necessità di attestarsi in posizioni avanzate e di grande valore strategico lungo le loro rotte marittime. Essi fondarono Mozia, ben riparata nello Stagnone di Marsala, Panormo (Palermo) e Solunto. La lotta tra i due popoli favorì alla fine i Greci. Intanto l’isola fioriva, l’agricoltura si espandeva, e il manto boschivo già non ricco delle regioni interne si andava gradualmente impoverendo per il disboscamento  necessario a consentire la costruzione di navi per la marineria isolana. L’opera dell’uomo cominciava a fare sempre più presa sull’isola. Ma la civiltà greca, in quanto legata saldamente anche all’agricoltura, è stata soprattutto una civiltà urbana, basata cioè sulle città.

Col passaggio della Sicilia alla dominazione romana, l’isola e le sue acque furono teatro di alcune tra le più notevoli battaglie delle  guerre puniche  nel corso del III secolo a. C.. Ciò, per un verso, significò Il parziale decadimento di antichi e gloriosi centri urbani  come Siracusa, Gela e Agrigento ,ma per l’altro verso diede inizio ad una intensa valorizzazione economica dell’interno. La popolazione si fece più densa dovunque, e non soltanto lungo le coste, stabilendosi in nuove città (municipia), borgate (vici) e villaggi (rura). L’agricoltura si impadronì di gran parte del suolo siciliano, che si trasformò gradualmente in una grande area coltivata a grano.

Lo sgretolamento dell’impero romano segnò anche per la Sicilia l’inizio di un periodo politico incerto  e di regresso economico e demografico. Si susseguirono varie invasioni dal nord (Vandali, Goti) e successivamente, dopo un lungo periodo di legame politico con Costantinopoli (quasi tre secoli di inerzia politica ed economica, che hanno lasciato tuttavia tracce nei costumi e nei dialetti), sopraggiunse l’invasione Araba. I Musulmani, che venivano dall’Africa settentrionale, e che fin dal sec. VIII avevano tormentato l’isola con scorrerie sporadiche, l’investirono di prepotenza nell’827, occupando poco dopo Palermo  e di qui spingendosi alla conquista dell’isola  che durò  75 lunghi anni (827-902). Ad una lotta cruenta e spesso sanguinosa  (due religioni, la cristiana e la musulmana, e due modi di intendere la vita erano di fronte) subentrò fortunatamente un periodo di tranquillità e di convivenza pacifica: l’isola prosperò dal punto di vista economico e culturale, e questi benefici effetti si propagarono anche sulla stessa penisola italiana.

 

La Sicilia fu allora divisa in tre parti, o « valli »: Val Demone, a nord-est; Val di Noto, a sud-est e Val di Mazara ad ovest.  La capitale era Palermo, dove risiedeva l’emiro, capo dell’isola. Attraverso la ridistribuzione di una parte della proprietà della terra, data ai conquistatori e ai coloni berberi, e grazie alle bonifiche e alle opere di irrigazione delle pianure più estese e all’introduzione  accanto al grano, che continuava ad essere la maggior ricchezza dell’ìsola, di nuove e preziose colture (arancio, gelso, canna da zucchero, cotone, riso), gli Arabi diedero un potente impulso alle attività agricole. Furono curati in modo particolare anche i rapporti commerciali con le altre province musulmane dell’Occidente: l’Italia meridionale, l’Africa settentrionale specialmente e la Spagna. Palermo divenne prospera e ricca, superò i 300 mila abitanti e la magnificenza dei suoi giardini, delle sue moschee e dei suoi palazzi ne diffuse la fama sia in oriente che in occidente, cioè nel mondo musulmano come in quello cristiano.

Il benessere economico dell’isola continuò anche dopo la conquista dei Normanni, avvenuta nel corso del secolo XI, resa più facile dalle discordie esistenti tra i musulmani di Sicilia e d’Africa. Quello normanno fu un periodo aureo per l’isola, anche dal punto di vista culturale. Ciò fu possibile per la generosa politica seguita dai Normanni  i quali, senza distinzione  di fede e di costumi, chiamarono a collaborare tutte le comunità dell’isola: c’erano cristiani, musulmani, ebrei  che lavoravano congiuntamente per lo sviluppo e la grandezza del loro regno. In Sicilia, grazie alla sua posizione tra il mondo cristiano e il mondo musulmano, e ai forti rapporti commerciali e culturali con gli stati arabi che si mantennero sempre molto vivaci, vennero pertanto a convergere e a fondersi le idee tradizionali con quelle innovative di popoli diversi, e si tentarono soluzioni politiche e culturali nuove. E tale fu la sua importanza durante i secoli XII e XIII che a Palermo brillava una corte meravigliosa, e fioriva la prima letteratura in lingua italiana; e il tratto di Mediterraneo posto tra Siracusa, Malta, Tripoli, Gabes, Tunisi e Palermo fu considerato un vero e proprio lago siciliano.

Troppo presto, tuttavia, finì questo periodo di splendore, che aveva portato la Sicilia all’avanguardia degli stati vicini. Le lotte interne e il rafforzamento costante dei baroni contro l’autorità centrale, bloccarono il corso della storia siciliana verso forme nuove e più democratiche: e proprio mentre nell’Italia settentrionale si usciva dal medioevo e quindi dal regime feudale, in Sicilia viceversa si instaurava prepotentemente, (verso i secoli XIII e XIV) il regime feudale. Le proprietà terriere dei baroni si facevano sempre più estese, il latifondo diveniva il simbolo dell’economia e della società sulla maggior parte dell’isola: alcuni latifondi erano estesi come piccoli stati, e i loro proprietari vi amministravano addirittura la giustizia e provvedevano alla esazione delle imposte. Ciò si compiva proprio in un momento critico di tutta la vita mediterranea: il momento in cui la scoperta dell’America (1492) avrebbe definitivamente determinato la decadenza del Mediterraneo come centro cruciale degli scambi commerciali dei popoli europei, per almeno tre secoli, ed esaltato invece l’Atlantico.

La prosperità della Sicilia si tramutò ben presto in decadenza, anche per l’azione rapinatrice esercitata dai dominatori stranieri, e in particolare dagli Aragonesi, attraverso il potere arbitrario del vicerè.  Motivi di contrasto, sul piano del prestigio sociale e dell’importanza politica, tra la corona spagnola e i baroni locali, furono  quelli prevalentemente economici. Tali interessi spinsero, nel Cinquecento e nel Seicento, i baroni siciliani a frenare inizialmente l’emigrazione della popolazione dalle campagne (devastate dalle guerre e dalle rivolte) verso le città (dove era anche possibile una maggiore libertà anche dovuta allo sviluppo commerciale. I baroni inoltre favorirono, mediante concessioni di terre, la colonizzazione di estesi territori dell’interno, che furono in tal modo prevalentemente coltivati a grano.

Tra la seconda metà del Quattrocento e la seconda metà del Settecento, cioè in circa tre secoli, l’edificazione di un centinaio di nuovi centri abitati, dalla forma regolare e strade delineate a scacchiera, venne pertanto a ravvivare estese regioni già abbandonate. Nacquero così nuovi centri abitati come Barcellona e Spadafora (Messina), Scordia, Ramacca e Grammichele (Catania), Chiaramonte Gulfi, Vittoria, Àcate, Pozzallo e Santa Croce Camerina (Ragusa), Noto, Avola, Pachino, Floridia, Rosolini e Melilli (Siracusa), Barrafranca, Centùripe, Leonforte, Valguarnera Caropepe, Catenanuova e Nissorìa (Enna), Santa Caterina Villarmosa, San Cataldo e Delia (Caltanissetta), Menfi, Ribera, Cattolica Eraclea, Aragona e Raffadali (Agrigento), Santa Ninfa e Gibellina (Trapani), Camporeale, Piana degli Albanesi e Marineo (Palermo).

Vari tentativi di rivolta, dalla guerra dei Vespri Siciliani del 1282 contro gli Angioini alla rivoluzione del 1848 contro i Borboni, hanno agitato per vari secoli la vita della Sicilia, ma senza risultati positivi: fino a che la spedizione garibaldina dei Mille, nel 1860, proprio dalla Sicilia iniziò il movimento che, con l’attiva partecipazione dei patrioti locali, doveva ridare libertà e legare in unità con il resto d’Italia tutte le regioni meridionali.

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