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Piazza Università di Catania

 

piazza università di catania

 

 

Definita nelle sue forme dopo il terremoto del 1693, fu chiamata in un primo tempo il Piano degli Studi, perché vi si affaccia ad ovest il Palazzo dell’Università, costruzione tardo barocca arricchita da un intervento di Giovan Battista Vaccarini che ne disegnò il chiostro.

Offre un’architettura omogenea perché tutti i palazzi che vi si affacciano sono settecenteschi: a nord-ovest Palazzo La Piana, a nord-est il Palazzo Gioeni d’Angò e ad est il Palazzo che fu dei Marchesi di San Giuliano, ora anche’esso in possesso dell’Università. A sud-ovest si affaccia il retro del Municipio e a sud-est un palazzo privo di nome certo.

Il Palazzo dei marchesi di San Giuliano, settecentesco e nobile edificio dovuto all’architetto Vaccarini, è stato definito la “piccola reggia” di Catania per aver accolto nei suoi fastosi saloni, nell’Ottocento e nei primi anni di questo secolo, sovrani, imperatori, principi e anche una zarina di Russia.

Nella piazza sono collocati quattro artistici lampioni, opera degli anni ’50 dello scultore Mimì Maria Lazzaro. Tre di essi raffigurano alcune figure tipiche della mitologia catanese o, più in generale, siciliana.

Colapesce era un giovane che poteva stare sott'acqua per molto tempo; non appena Federico II ne venne a conoscenza, lo sfidò a recuperare una coppa d'oro. Colapesce lo fece ed ottenne in premio la coppa. Il Re, allora, gli chiese di vedere cosa c'era sotto la Sicilia, che ne potesse spiegare i frequenti terremoti. Riemerso, Colapesce informò il Re del fatto che la Sicilia poggiava su tre colonne e che una di esse era consumata dal fuoco. Federico II gli chiese di portargli il fuoco ma Colapesce, tuffatosi nuovamente in mare, non riemerse mai più. Secondo la leggenda è ancora in fondo al mare e continua a reggere la colonna che stava per crollare.

 

I fratelli Pii (Anfinomo ed Anapia) salvarono gli anziani genitori portandoli sulle proprie spalle durante un'eruzione dell'Etna. La casupola entro cui vivevano i vegliardi, ormai inabili a camminare, ubicata sulla cima di una modesta collina , era stata avvolta da due bracci di lava, che si sarebbero naturalmente ricongiunti poco dopo. Nonostante questo pericolo, i due giovani si infilarono nel corridoio tra i due bracci di magma fumante e qualcuno in cielo volle che questo stretto passaggio non si chiudesse prima che il salvataggio fosse compiuto. La notizia fece scalpore e per qualche tempo Catania fu chiamata “la città dei Fratelli Pii” ed anche una moneta celebrò l’evento.

Gammazita era una giovane virtuosa; di lei si invaghì un soldato francese del periodo angioino, che fu rifiutato; un giorno Gammazita, recatasi da sola ad un pozzo, venne raggiunta dallo spasimante e, per non cedere alle sue richieste, si uccise gettandosi dentro la cavità.

Il quarto mito, il Paladino Uzeta, inventato nel Novecento, fu aggiunto per necessità geometriche della piazza. Il suo nome non va confuso col viceré dei tempi del grande terremoto che era un autentico personaggio che si chiamava Francisco Paceco, Duca di Uzeda.

Giambattista Condorelli

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