Palazzo Libertini Scuderi - Catania

Palazzo Libertini Scuderi

Fu progettato nel 1875dal giovanissimo architetto milanese Carlo Sada (1849-1924). Questi giunse a Catania dapprima come collaboratore del più anziano arch. Andrea Scala, per progettare e dirigere i lavori del Teatro Massimo Bellini, ma si rese ben presto autonomo rispetto al maestro. Divenne progettista di successo, molto richiesto dalle famiglie catanesi più facoltose, e rimase definitivamente a Catania, fino alla sua scomparsa.

 

 

La redazione del progetto per la “Palazzina Raddusa” impegna l’Arch. Sada per un periodo piuttosto esteso, che inizia nell’aprile del 1875 e prosegue, per la redazione dei disegni esecutivi, fino al 1879.

Nel 1907 il progetto dell’edificio, divenuto intanto Palazzo Libertini, è riportato in un album di disegni destinati alla pubblicazione sulla rivista “L’Edilizia Moderna”.

Sono gli anni in cui, nel pieno della temperie storico-critico-estetica del periodo romantico che permea per intero l’Ottocento, l’Architettura rivolge il proprio interesse alla rivisitazione degli stili e dei caratteri costruttivi del passato, i quali, attraverso differenti linguaggi e variegati binomi stile-funzione adottati per le varie tipologie di edifici pubblici e/o privati in ragione delle specifiche destinazioni d’uso-ora, vengono rivisitati e riproposti con un repertorio che spazia dal neoromanico e dal neogotico, attraverso il neorinascimento, il neo barocco ed il neorococò di gusto francese, fino al neoclassicismo del primo Ottocento. 

E’ questo ciò che in Architettura viene definito “Eclettismo”, un linguaggio espressivo composito che, attingendo agli stili ed agli schemi decorativi del passato, li miscela e li declina in varie forme, rendendoli persino compresenti anche nel medesimo edificio.

Palazzo Libertini Scuderi fu commissionato al Sada dal cav. Giuseppe Paternò di Raddusa nel 1875 ed è l’unico palazzo in città che riecheggia nello stile il Rinascimento fiorentino, con un piano terra interamente rivestito da grosse bugne a guanciale, sovrastato da un piano primo intonacato in colore rosso-rosa antico. Successivamente, per un breve periodo fu proprietà del sig. Giuseppe Schininà, marchese di Sant’Elia; poi, nel 1901, fu acquistato dal Sen. Pasquale Libertini ed infine, nel 1941, dall’armatore Matteo Scuderi, i cui eredi lo detengono. Curiosamente lo stemma che compare sul fronte del portico antistante il giardino è quello della famiglia che possedette il palazzo per il periodo più breve, e cioè quello degli Schininà (una cometa sovrastante un giglio, su uno sfondo che sarebbe azzurro, se non fosse di pietra).

L’architetto milanese realizza, ubicato tra due vie principali della città, un volume che, per mezzo della simmetria e della regolarità dell’impianto compositivo, attesta sulla Via Etnea la severità del prospetto principale di rappresentanza, contrapposto ed alleggerito, sulla secondaria Via Caronda, per mezzo del loggiato ad ampie arcate al piano terra e del vuoto della terrazza sulla superiore elevazione, al di sopra della quale parapetto e cornice di coronamento occultano il piano in ammezzato con relativo terrazzo a livello.

Sicché dalle due elevazioni lungo la Via Etnea si passa alle quattro sulla Via Caronda, se si tiene conto anche del piano seminterrato che ospita alcuni servizi e le cantine.

Il prospetto principale si affaccia sulla Via Etnea, con un portone centrale e tre luci su ognuno dei due lati. Significativa la rinuncia alla realizzazione di botteghe al livello stradale ed ai proventi che da esse sarebbero derivati.

Le sette luci così ottenute si ripetono al piano primo, differenziate nei timpani, che si alternano nelle forme triangolari e ad arco. Quella centrale è arricchita da un balcone protetto da un grazioso parapetto con balaustre realizzate in pietra bianca. Le altre luci sono di fatto delle finestre in quanto non consentono di uscire all’aperto, ma si partono da terra e sono quindi anch’esse protette da una breve balaustrata. L’edificio si conclude in alto con un cornicione sostenuto da mensole a dentello, sormontato da un parapetto che nasconde alla vista la copertura in tegole.

Gli spigoli (vero quello sulla Via Cordaro, simulato l’altro), sono ben evidenziati con un gioco di bugne nella stessa pietra bianca, alternate a maggiore e minore estensione.

Al piano primo il Sada dispose gli ambienti di maggiore pregio allineati sulla Via Etnea, mentre sul retro, che si affaccia su un giardino confinante con la via Caronda, dispose gli ambienti minori o di servizio, a loro volta dotati di piano ammezzato. In conseguenza di ciò, sulla Via Cordaro, il prospetto mantiene lo stesso schema di quello presente sulla Via Etnea per metà della larghezza, per poi cambiare schema in corrispondenza degli ambienti di minore pregio.

Gli ambienti che si affacciano sulla Via Etnea sono cinque, tutti con funzione di rappresentanza e perciò riccamente decorati, sia alle pareti, sia ai soffitti. Il salone più grande è quello che corrisponde all’angolo con la Via Cordaro, dotato di una luce su quest’ultima strada e due sulla Via Etnea. Di grandi dimensioni anche il successivo vano, il secondo, dotato di due luci, tra cui quella che corrisponde al balcone principale. Il terzo, il quarto ed il quinto vano dispongono di una finestra ciascuna.

Dal portone sulla Via Etnea si accede ad un lungo androne che sfocia, dalla parte opposta,  nel giardino prospiciente la Via Caronda. Lateralmente ad esso, sulla destra, è collocato lo scalone che conduce al piano primo e che consente di accedere, tramite uno spazio di disimpegno-guardaroba, sia all’appartamento, sia alla cucina non più in funzione e da qui ad un terrazza creata nell’incavo che presenta l’edificio  sul lato di levante.

La terrazza poggia su un portico a tre luci ad arcate, sostenute da colonne, di cui quelle intermedie binate. Un gioco simile, ma con colonne dai capitelli più elaborati, si ripete sulle pareti che chiudono da tre lati la terrazza. Sul quarto lato essa si affaccia sul giardino sottostante, protetta da un’elegante balaustrata costituita da plinti rettangolari alternati a gruppi di quattro colonnine. Sui plinti centrali sono collocate quattro statue in terracotta, di provenienza lombarda, ad altezza naturale, raffiguranti le quattro stagioni.

In definitiva la facciata di levante, prospiciente la Via Caronda, benché meno visibile dal pubblico, è tutt’altro che una facciata secondaria, presentandosi anch’essa elegante e riccamente  decorata, grazie anche al movimento determinato dal portico al piano terra, dalla sovrastante terrazza e dai due corpi di fabbrica laterali che si sporgono in avanti. I rivestimenti di questa facciata si ripetono uguali al piano primo (intonaco di color rosso antico), mentre il bugnato a guanciale di colore scuro utilizzato sulla Via Etnea è sostituito da un bugnato “a bugne piatte” color crema.

Lo scalone

Lo scalone principale del palazzo (non è il solo perché ne esistono altri due di servizio) è quello che conduce dal piano terra al piano primo e, data la notevole altezza tra i piani, esso consta di tre rampe.

E’ riccamente decorato in stile assolutamente classico. Le pareti offrono superfici rivestite con intonaco di gesso trattato magistralmente ad imitazione di marmi di varie tinte (nero, bianco di Carrara e giallo Siena), con disegni a riquadri. Sono minime le parti in marmo autentico.

In corrispondenza del piano primo (o piano nobile) il vano scala è in buona parte circoscritto da numerosi pregevoli infissi del tipo “a bussola” in legno e cristallo istoriato. Alcuni di essi sono presenti solo a scopo decorativo, in quanto di fatto non utilizzabili, ma riescono a portare un po’ di luce agli ambienti retrostanti. Tra un infisso e l’altro, con lo stesso metodo dell’imitazione del marmo, sono ricavate delle lesene (finte colonne a superficie piatta). 

Al centro della parete che delimita il vano dello scalone dal terrazzo, campeggia una figura femminile in stucco ad alto rilievo, di grande eleganza, che rappresenta la Flora o la Primavera. Lo stile di quest’opera, che risente dell’influsso dell’Art Nouveau, più nota in Italia come “Stile Liberty”, fa ritenere che essa sia stata realizzata in una fase successiva.

Al di sopra della fascia occupata da questi infissi, interrotti dalle lesene, sono ricavati dei tableaux contenenti dei bassorilievi in stucco bianco, raffiguranti figure femminili, putti e temi mitologici.

Il soffitto del vano scala è anch’esso decorato a stucchi, nei colori bianco, grigio, azzurro e ocra chiara, con un grande riquadro al centro, riccamente lavorato a stucco con temi vegetali di tralci e fiori, contornato da una cornice a sua volta costituita da riquadri di minore dimensione. 

Le decorazioni pittoriche dei saloni

E’ possibile ipotizzare che per le decorazioni degli interni del palazzo l’arch. Sada – il quale generalmente nelle sue opere programmava, con la collaborazione di esperte maestranze, anche l’apparato decorativo interno  - sia per quanto attiene agli stucchi ed alle dorature a porporina d’oro zecchino, copiosamente presenti nei saloni di rappresentanza, sia per le volte dipinte, abbia fatto ricorso alle medesime figure di decoratori che in quegli anni con lui collaboravano per il teatro massimo “V. Bellini”, ovvero il triestino Andrea Stella per quanto riguarda gli stucchi e le dorature ed il fiorentino Ernesto Bellandi per gli affreschi delle volte; più verosimilmente per quelli della volta del salone “rosso” d’angolo tra la Via Etnea e la Via Cordaro che, con l’Allegoria della Flora, sia nell’impianto compositivo, sia nella tecnica pittorica, richiamano il dipinto centrale della volta del Teatro, raffigurante l’Apoteosi di Bellini.

Immagine centrale della volta: al centro si muovono con grazia 7 fanciulle vestite come ninfe o dee che recano in mano ghirlande di fiori primaverili che spargono nell’aria. Al centro troneggia Venere circondata da eroti (amorini). Nelle quattro scene laterali, entro cornici mistilinee dorate, sono rappresentate le stagioni: in corrispondenza della testa di Venere l’estate, alla sua sinistra l’inverno, sotto la primavera e a destra l’autunno.

Nei quattro angoli della volta sono rappresentate 4 bellezze femminili dei quattro continenti: a sinistra di Venere l’Egitto, a destra le americhe, a sinistra in basso l’oriente e a destra in basso l’Europa.

Al centro della volta, immersi nel celeste chiarore di una giornata di primavera, puttini gioiosi e amorini (uno porta in mano l’arco per scoccare le frecce) intrecciano ghirlande di fiori; ai lati del pannello centrale della volta sono rappresentate, nelle vesti di splendide fanciulle, le arti: in alto in corrispondenza del pannello centrale, la scrittura, a sinistra del pannello centrale la musica e la scultura, in basso la poesia, a destra del pannello la pittura e l’architettura.

Pannello centrale con fanciulla inghirlandata, amorini che suonano e spartiti musicali; ai lati del pannello figure che si ispirano all’arte pompeiana e alle grottesche rinascimentali con personaggi che suonano vari strumenti musicali; agli angoli della volta sono rappresentate bellissime nature morte con strumenti tra i quali si riconoscono: strumenti a fiato, a corda e a percussione.

Allegoria del sonno nelle vesti di una bellissima fanciulla nuda addormentata sulle nuvole con la luna piena sullo sfondo.

Il giardino

E’ un classico giardino all’italiana, della superficie di circa 700 mq, che confina a nord con la Via Cordaro e ad est con la Via Caronda.

Il fulcro attorno al quale si svolge il giardino è una fontana di forma circolare, che ospita al centro una statua in terracotta raffigurante un putto con un delfino, circondata da ciuffi di falsi papiri (Cyperus alternifolius [1]) immersi nell’acqua. La vasca è circondata da un camminamento pavimentato con ciottoli bianchi e neri che realizzano dei disegni geometrici. Nella posizione leggibile da chi proviene dalla villa compare la scritta “M. Scuderi” che ci fa comprendere che il pavimento è stato restaurato dopo il 1941, anno in cui il palazzo fu acquistato dall’armatore Matteo Scuderi. Su una pubblicazione edita nel 1990 dalla Soprintendenza ai B.B.C.C.A.A. di Catania appare il disegno del giardino differente da quello odierno, per cui si presume che l’Armatore Matteo Scuderi modificò non solo il pavimento, ma l’intero disegno delle aiuole.

Il resto del giardino è suddiviso in tante isole di forma per lo più rettangolare e tra un’isola e l’altra si insinuano altri camminamenti, o meglio altri vialetti, anch’essi pavimenti a ciottoli bianchi e neri, grazie ai quali è possibile avvicinarsi ad ogni angolo del giardino. Le isole sono circondate da una bordura realizzata con l’impiego di una della più familiare delle piante grasse che troviamo sui balconi di Sicilia, la portulacaria afra, priva di nome italiano, ma intesa familiarmente come “ricchezza”, forse perché le piccole e numerose foglie carnose ricordano tante lenticchie.

Queste bordure sono state lavorate secondo la classica arte topiaria, che consiste nel potare alberi e arbusti al fine di dare loro una forma geometrica, diversa da quella naturalmente assunta dalla pianta, per scopi ornamentali.

All’interno delle isole troviamo varie piante, tra cui la più vistosa è un magnifico ciuffo di Strelitzia augusta, alto non meno di quattro metri, posto alle spalle della fontana rispetto alla casa. Più vicina a questa troviamo due alberi ornamentali di notevole altezza: una magnolia (Magnolia grandiflora [2]), bella specie presente in diverse piazze cittadine, e un’araucaria (Araucaria araucana [3]), albero proveniente dall’emisfero australe.

Oltre alla Strelitzia augusta [4] troviamo poi un esemplare di Strelitzia reginae e alcune cycas revoluta, una pianta che viene spesso confusa con le palme, ma che appartiene ad una famiglia del tutto diversa (le Cycadaceae) e che è nota, oltre che per la sua eleganza, per il fatto di essere un vero e proprio fossile vivente, cioè una pianta molto antica che ha conservato le sue caratteristiche nel tempo. Le cycas sono originarie dell'Asia tropicale, della Polinesia, dell'Africa orientale e dell'Australia.

 

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[1] Il papiro egiziano (Cyperus papyrus L.) è una pianta palustre, perenne, rizomatosa, appartenente alla famiglia delle Cyperaceae.Il papiro è una specie  erbacea perenne, una canna di palude con fusti alti da 2 a 5 metri e rizoma  legnoso molto grosso. Il fusto è trigono, privo di foglie, con diametro di 2-3 centimetri, liscio, di colore verde scuro. All'apice di ogni fusto compaiono  brattee lanceolate, arcuate, disposte ad ombrello. Le infiorescenze sono ombrelliformi con raggi lunghi da 10 a 30 centimetri, si ornano all'estremità  superiore dei fusti e portano delle spighe di colore paglierino che contengono  acheni allungati. La fioritura avviene da luglio a settembre. Il Cyperus alternifolius o falso papiro è una pianta palustre, perenne, appartenente alla famiglia delle Cyperaceae ed originaria della zona del  Madagascar. È imparentata con il papiro vero e proprio (Cyperus papyrus). Si presenta con fusti alti e sottili che portano foglie a raggiera simili alle bacchette di un ombrello aperto.

[2] La magnolia sempreverde (Magnolia grandiflora), chiamata anche semplicemente  magnolia, è una pianta originaria del sud degli Stati Uniti Il nome del genere è stato attribuito da Charles Plumier, in onore di Pierre Magnol (Montpellier, 1638-1715) medico e botanico francese, direttore del giardino botanico di  Montpellier, che introdusse la nozione di famiglia nella classificazione botanica. Le Magnolia hanno foglie alterne, ovali o ellittiche, generalmente grandi e coriacee, perenni o decidue, fiori solitari, grandi, generalmente a forma di  coppa, (con perianzio formato da 6-9 petali petaloidi (petali e sepali  indifferenziati), gli stami numerosi sono lamellari, i carpelli sono disposti a  cono sul ricettacolo). Viene considerato dai botanici un fiore primitivo, (tanto che erroneamente per molto tempo si è ritenuto che le Magnoliaceae fossero state le prime Angiosperme apparse sulla terra) il fossile più antico di questa famiglia risale a 95 milioni di anni fa. I frutti ovoidali in  infruttescenze conoidi, contengono dei semi lucidi rossastri o arancioni.

[3] Araucaria: Il genere Araucaria comprende diverse specie arboree originarie dell'emisfero meridionale. Le araucarie hanno ramificazioni regolari e  simmetriche, Il nome del genere deriva dagli Araucani (Araucanos), tribù indigena del Cile, la regione originaria dell'A. araucana. La specie più coltivata come piante ornamentali in Italia, per la sua  rusticità, nei parchi, giardini e viali è senza dubbio l'A. araucana, chiamata  anche "Puzzle della scimmia", un albero sempreverde proveniente dal Cile, che  raggiunge altezze considerevoli (oltre i 30 m), con foglie verde lucido, acuminate, spinose all'apice, la corteccia è grigia, rugosa e spessa. Nelle  piante giovani i rami sono disposti orizzontalmente dando alla pianta una forma  conica; col passare del tempo la pianta assume la caratteristica forma  arrotondata con i rami inferiori rivolti verso il basso. Esige terreni acidi e  ben drenati.

[4] Strelitzia Aiton è un genere di piante erbacee appartenente alla famiglia delle Strelitziaceae, originario dell'Africa australe. Comprende specie dalle  grosse radici e grandi foglie persistenti. La specie più coltivata come pianta ornamentale è la Strelitzia reginae  originaria del Sud Africa, a crescita lenta, con grosse radici e grandi foglie persistenti, erette, coriacee, ovali e allungate, con fiori dalla forma particolare, di colore arancione vermiglio, portati alla sommità di steli alti come le foglie (fino a 2 m), e  che spuntano in sequenza per lunghi periodi da una spata dalla caratteristica  forma a becco di airone, sono di colore arancio, giallo o blu intenso; il fiore  per i suoi colori e per la sua forma è chiamato “uccello del paradiso”. Altra specie da ricordare la Strelitzia nicolai originaria del Sud Africa, a crescita moderata, alta fino a 8 m grazie al falso tronco formato dalla base delle  foglie, simili a quelle del banano, lunghe fino a tre metri con la lamina di  circa 1,5 m, fiori riuniti in infiorescenze simili al becco di un airone di  colore dal purpureo al bluastro scuro. Il frutto è una capsula triloculare all'interno della quale si formano i semi di colore nero con la parte esterna  piumosa e colorata.

Giambattista Condorelli

Maria Teresa Di Blasi

Ugo Mirone

Adriana Fichera

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