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Palazzo Manganelli - Catania

Un palazzo prospiciente il “chiano della Sigona” venne costruito sulla Lava Larmisi nel 1400 e aveva un solo piano, quello nobile. Non aveva fregi ed apparteneva alla famiglia Tornambene. Nel 1505 Bernardo Tornambene vendette il palazzo ai baroni di Sigona la cui ultima erede, Isabella, andò sposa nel 1655 ad Alvaro Paternò.

 Il terremoto del 1693 lo distrusse quasi interamente ma i muri perimetrali resistettero al sisma. L’attuale Palazzo Manganelli, che conserva le mura perimetrali del '400, fu costruito a partire dal 1694, su commissione di Antonio Paternò, dagli architetti Alonzo Di Benedetto e l'arco di San Benedetto e dal suo discepolo Felice Palazzotto. Costruito come oggi si vede a meno dell'ultimo piano che fu aggiunto successivamente e a meno di un importante dettaglio.

Il livello della città sino al 1873 era quello delle chiese di San Michele Minore e di Santa Teresa. Quando fu abbassato, il palazzo Manganelli subì una lesione e il principe del tempo chiese all'ingegnere Ignazio Landolina, progettista del livellamento, di fare un preventivo per un piano di ristrutturazione. Furono così ricavate le botteghe della via San Giuliano e fu aggiunto l'ultimo piano.

Il nome del palazzo coincide con quello del predicato nobiliare della famiglia e si riferisce al principale apparecchio che si usava nei secoli passati per la filatura della seta. Il ramo in questione della famiglia Paternò gestiva una ricca attività in questo settore, con un centinaio di operai, e possedeva molti manganelli, che ispirarono il re Filippo IV, venuto in visita a Catania, ad abbinare ad essi il titolo di barone, con cui gratificare la famiglia.

Tra i personaggi più notevoli, Giuseppe Alvaro Paternò (1784 – 1838) 3° Principe di Sperlinga dei Manganelli, 4° Duca del Palazzo, 10° Barone delli Manganelli e 4° Barone del Mastronotariato dal 1831; Gentiluomo di Camera del Re delle Due Sicilie, Intendente Regio a Messina, Catania, Palermo e Abruzzo Citra, che donò al Comune di Catania cinque zappe di acqua di Valcorrente, che equivalevano a 24,40 litri al secondo, e fece costruire a proprie spese un acquedotto lungo sedici chilometri e oltre otto chilometri di rete interna.

Suo figlio Antonio Alvaro (1817 -1888), 4° Principe di Sperlinga dei Manganelli sposò tre volte. La terza moglie, Angela Torresi, una donna bellissima per la quale Mario Rapisardi scrisse un'ode, fece venire da Firenze architetti per apportare modifiche al palazzo. Poiché non amava i mobili antichi, fece sostituire tutto l'arredamento. Gli affreschi e le porte dipinti da Olivio Sozzi furono ricoperti, i saloni che prima si affacciavano sulla piazza Manganelli furono trasferiti nel lato dei giardino dove prima erano gli appartamenti privati.

Tutti i mobili del '700 andarono perduti, del secolo precedente non rimase nulla anche perché i soldati garibaldini, nonostante le assicurazioni date dal generale al principe con una lettera in cui gli diceva “rispondo della vostra vita”, avevano saccheggiato il palazzo. Nell’androne, opera di Sebastiano lttar, fu posta una statua scolpita a Firenze da Valerio Pochini nel 1894, che rappresenta la storia della famiglia.

Dopo un Giuseppe Alvaro (1842 – 1916) che fece anche costruire a sue spese dallo scultore Mario Rutelli la statua di Umberto I, il re a cavallo, come lo chiamano i catanesi, e fu presidente della Croce Rossa a Catania venne Antonio Alvaro (1879 - 1937), 6° Principe di Sperlinga dei Manganelli  alla cui morte il titolo di principessa di Sperlinga e Manganelli passò all'unica figlia, Angela (1902 - 1973), mentre il titolo di duca di Palazzo ritornò alla Corona. Si estinse così la linea maschile dei Paternò di Sperlinga Manganelli. Angela secondo la legge del tempo, non avrebbe potuto ereditare il titolo paterno ma, per intercessione dei principi di Piemonte, di cui il marito era gentiluomo di Corte e lei dama di palazzo, ottenne dal re l'autorizzazione a succedere nel titolo. Angela aveva sposato nel 1927 il principe Flavio Borghese, da cui ebbe tre figli, Camillo, Marcantonio e Vittoria. Alla morte dei genitori, il primogenito Camillo ha ereditato tutti i titoli ma per rispettare un desiderio della madre e del padre rinunciò in favore del fratello Marcantonio al titolo di principe di Sperlinga e Manganelli.

Palazzo Manganelli è oggi un grande edificio settecentesco con un prospetto di quasi 38 metri sull’omonima piazza, uno di 66 metri sulla Via Antonino di San Giuliano, comprendendo il giardino pensile di cui si dirà ed un terzo sulla Via Recalcaccia.

Le due facciate principali presentano sostanziali differenze. Sulla Via di San Giuliano si aprono sette ampie luci per botteghe, realizzate dopo l’abbassamento del livello stradale, su cui insistono altrettanti piccoli balconi di un piano ammezzato. L’altezza del piano terra e dell’ammezzato corrisponde a quella del terrapieno racchiuso, da un robusto muraglione che contiene il terreno che forma il giardino pensile. Questo muraglione si svolge anche su Via S. Teresa ed in parte su Via Recalcaccia e sfrutta un segmento di quella che fu la cinta muraria cinquecentesca della città.

La medesima fascia dell’edificio è utilizzata diversamente sulla facciata prospiciente la piazza, la principale, che espone al centro un ingresso monumentale con due finestre per lato, di cui quelle inferiori di grande dimensione e monumentalità e quelle del piano ammezzato di dimensione minore ed appena contornate da semplici mostre. L’ingresso è decorato nel più puro stile barocco ed è sormontato dallo stemma della casata. Dal portone si accede, tramite un’elegante androne, opera del primo Ottocento di Sebastiano Ittar, in un cortile quadrato di circa 20 metri di lato. Nella galleria, a sinistra, su un piedistallo, la statua di Valerio Polchini, di elegante fattura. Molto elaborato il cancello in ferro battuto che consente l’accesso al cortile.

Le quattro finestre del piano terra, protette da forti grate in ferro, hanno mostre in pietra bianca di Siracusa, annerite dal tempo, sormontate da un timpano ad arco spezzato.

Oltre i piani terra e mezzanino, su entrambi i lati si colloca il piano nobile del palazzo, con cinque aperture ad ovest, e sette aperture a sud, tutte balconate singolarmente, tranne le due ad angolo, che fruiscono di un unico lungo balcone ad L a lati uguali. Anche in questo caso viene data priorità al prospetto sulla piazza, dove le aperture hanno mostre con timpani ad arco spezzato ulteriormente elaborati, mentre quelli sulla Via di San Giuliano hanno mostre con più semplici retti. Molto elaborate e tipicamente barocche le mensole di sostegno dei balconi di entrambi i lati. E’ questo piano nobile che gode della possibilità di accedere, dal lato est, al giardino pensile, collocato allo stesso livello.

Infine, solo per una parte dell’edificio, un ulteriore piano, che chiameremmo secondo, di minore altezza e ornato con semplicità, costruito, come detto, negli anni ’70 dell’Ottocento.

 Rosanna Marchese

Giambattista Condorelli

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